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SIRIA: una crisi umanitaria insopportabile

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Da alcuni mesi il SOS Missionario è entrato in contatto con una associazione di Aleppo, la MJO-Social Service, che tra enormi difficoltà cerca di portare aiuti alle persone che vivono in un quartiere di questa città martire della guerra siriana. Gli aiuti, in questa tragica situazione, sono soprattutto  di emergenza – distribuzione di alimenti, gestione di una mensa, supporti minimi alle famiglie maggiormente segnate dal conflitto...- Tramite la nostra amica Valentina, che è in contatto con uno dei responsabili di MJO che vive ad Aleppo, Elias Farah, riusciamo ad avere notizie di prima mano della situazione della città. Abbiamo ritenuto importante far sentire la vicinanza della nostra associazione a queste persone che si trovano “in prima linea”, manifestando la nostra volontà di aiutarle. In questi giorni sta prendendo forma un piccolo progetto che si propone di aiutare un primo gruppo di famiglie; nei prossimi giorni vi informeremo sugli sviluppi. Per il momento alleghiamo una sintetica scheda sulla situazione in Siria. 

SIRIA: una crisi umanitaria insopportabile  

 La cronaca e le immagini dell’orrore sono ovunque. Tutti sappiamo cosa succede in Siria. Prima d’interrogarsi sull’assuefazione alla morte e sull’indifferenza dell’Occidente nei confronti di una delle più gravi crisi umanitarie di questo secolo (cui sappiamo rispondere solo con un crescente fastidio per i migranti), vale la pena riflettere su cifre e statistiche che raccontano di un’ecatombe in corso di cui non conosciamo la reale portata, ma che in un modo o nell’altro coinvolgerà presto o tardi tutti noi.

Da notare, in mezzo a tutto questo orrore, che le Nazioni Unite il 17 agosto 2016 hanno annunciato per bocca dell’inviato speciale in Siria, Staffan de Mistura, che l’attività della task force umanitaria "è stata sospesa", con ciò decretando il tramonto definitivo della credibilità di questa ormai impotente istituzione.

 I numeri dalla catastrofe 

  A marzo 2011, inizio della sollevazione popolare degenerata in guerra civile e poi in guerra internazionale, la popolazione siriana contava 21 milioni di abitanti. Dopo cinque anni, 6,5 milioni di siriani sono fuggiti dalle loro case ma sono rimasti intrappolati nel conflitto all’interno del territorio, mentre altri 4,8 milioni sono emigrati. Tra questi ulitmi, i più “fortunati” hanno trovato rifugio nei paesi confinanti: 2,7 milioni in Turchia, pari al 3,6% della popolazione turca; 1,2 milioni in Libano, pari al 22% della popolazione; 650mila in Giordania, pari al 10% della popolazione e 250mila in Iraq, pari allo 0,6% della popolazione, considerato però che anche l’Iraq è un paese in guerra.

Le persone che oggi richiedono assistenza umanitaria immediata in Siria sono invece 13,5 milioni: di questi, 4,5 milioni vivono in aree sotto assedio come nella città di Aleppo, nei territori controllati dallo Stato Islamico o in luoghi impossibili da raggiungere per via dell’inesistenza di strade o per i respignimenti ai posti di blocco.

 Aleppo, città martire 

A pagare il prezzo più alto della guerra non sono Raqqa o Mosul, le roccaforti dello Stato Islamico, ma la citta di Aleppo, quasi cancellata dalla violenza del conflitto e dalla quantità di bombe riversate sopra di essa. Prendere Aleppo è oggi il primo degli obiettivi di ciascuna delle forze che si combattono, perché chi riuscirà a controllarla, potrà controllare anche i destini di una porzione significativa del territorio che un tempo fu siriano e che domani sarà spartito tra i belligeranti.

Solo nell’assedio della città, ormai trasformatasi nella Stalingrado del Medio Oriente, dal 1 giugno al 15 agosto 2016 sono morte o rimaste gravemente ferite oltre 6mila persone e ben 2 milioni di abitanti della provincia non hanno più accesso all’acqua potabile. Sono 25 le strutture sanitarie danneggiate, di cui 4 ospedali e una banca del sangue.

Il bilancio dell’orrore 

In totale, dal marzo 2011 all’agosto 2016 nella guerra civile che ha sconvolto la Siria e buona parte del Medio Oriente sono morte 470mila persone, con l’11,5% della popolazione sterminata o ferita. A non avere più una casa dove restare o tornare è invece il 45% dei cittadini siriani. Mentre l’aspettativa di vita nel paese è crollata dai 70 anni del 2010 ai 55 anni del 2015.

Tutti questi dati si riferiscono ai morti di ogni fazione in lotta e sono stati registrati dalle Nazioni Unite fino all’annuncio che l’ONU avrebbe smesso di contare i morti a partire dal gennaio 2015. Il conteggio (che allora era fermo a 270mila morti) è proseguito solo grazie alla difficile opera dei vari osservatori internazionali e attraverso fonti dirette dei belligeranti.

 

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