Muri, barriere, veli… sono confini architettonici e corporei che nel nostro tempo raccontano esclusione, separazione, violazione del diritto peculiare della persona: la libertà. Tanto più visibile nel corpo femminile di tutti i continenti sottoposto alle più assurde restrizioni.
“Siamo stufe di questo regime di apartheid di genere” racconta così l’attrice iraniana Anahita Hemmati il taglio volontario di capelli che donne di tutte le nazionalità stanno facendo pubblicandolo sui social per gridare la libertà contro i 44 anni di oppressione politica che ha portato il 16 settembre scorso in Iran all’uccisione di Masha Amini prima e di Nadis Najafi poi, due giovanissime donne controllate dalla polizia “morale” dell’islamismo iraniano.
Taglio di capelli che in particolare per le donne curde è simbolo di lutto e disperazione. Capelli che sono obbligate a nascondere sotto un velo, lo hijab. Termine che indica qualsiasi barriera di separazione posta davanti ad un essere umano per sottrarlo alla vista o isolarlo. Velo, simbolo di un regime che tiene sotto controllo il mondo femminile.
Già nel 2018 era nato un movimento, la protesta di Girls of Revolution Street dopo l’atto di protesta di una ragazza che si era tolta il velo nel centro di Teheran. Provocazioni innocue ed ingenue che costano addirittura la vita.
Il Presidente dell’Iran in questi giorni ha rifiutato un’intervista a una giornalista senza velo e Internet e Instagram sono stati bloccati in alcune zone dell’Iran. Le proteste pacifiche delle donne sono state respinte con i proiettili. Anche in Italia in questi giorni ci si mobilita per difendere i diritti umani
Dalla Triennale e dal Museo Maxxi di Milano è nata l’iniziativa di raccogliere ciocche tagliate per poi essere consegnate al Consolato Generale della Repubblica Islamica dell’Iran come “atto che si ispira coraggiosamente a quello compiuto dalle donne iraniane”. Capelli, arte, libertà.
In tanti paesi islamici il velo non è obbligatorio ma c’è una tale pressione sociale che sono costrette a portarlo ugualmente. Senza pensare per esempio che l’Arabia Saudita ha avuto leggi molto più restrittive: alle donne costrette ad essere completamente coperte, solo dal 24 giugno 2018 è stato permesso di guidare. Ancora per questi gravi fatti ci si interpella sulla parità di genere, il quinto degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU da raggiungere entro il prossimo 2030 che indica di porre fine alle discriminazioni, eliminare ogni forma di violenza, ogni pratica abusiva, riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico, garantire partecipazione femminile e accesso alla salute e ai vari campi sociali, promuovere l’emancipazione della donna e intensificare una politica sana per le donne e le bambine a tutti i livelli.
“Alzare il velo” su queste realtà assurde rimane l’impegno attivo di tutte e tutti noi nati e cresciuti nella libertà.
Paola Gogna




