Il decreto sul reddito di cittadinanza che è all’esame della Commissione Lavoro del Senato, ha subito delle pesanti modifiche. Tra gli emendamenti approvati, uno replica quanto lo scorso autunno aveva disposto la sindaca di Lodi a proposito delle regole per le tariffe scolastiche agevolate. In quel caso, la delibera comunale aveva stabilito che le famiglie extra-comunitarie dovessero presentare, oltre all’ISEE richiesto a tutti i genitori, anche una documentazione aggiuntiva che attestasse la loro condizione di nullatenenti nei diversi Paesi d’origine. Ma il Tribunale di Milano, accertata “la condotta discriminatoria”, aveva ordinato al Comune di Lodi di “modificare il Regolamento in modo da consentire ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani “.
Ora quella stessa politica discriminatoria sta per diventare legge dello Stato. L’attuale versione del decreto sul reddito di cittadinanza prevede che per accedere al sussidio lo straniero extracomunitario debba essere in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo ed essere residente in Italia da almeno 10 anni avere i requisiti economici documentati dall’ISEE. Ma a tutto questo lo straniero deve aggiungere – ed è questa la modifica vessatoria –  una certificazione relativa a reddito e patrimonio del nucleo familiare rilasciata dallo Stato di provenienza, tradotta in italiano e “legalizzata dall’Autorità consolare italiana”. A essere esentati solo i rifugiati politici e chi proviene da Paesi dai quali non è possibile ottenere la certificazione (il ministero del Lavoro avrà però tre mesi per stilare la lista di questi Paesi).
Stando all’Asgi – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – , «la scelta è dunque, ancora una volta, quella di escludere il numero più elevato possibile di stranieri per i quali evidentemente non vale l’obiettivo di “eliminazione della povertà” che il Governo dichiara di perseguire. Ciò anche esponendo le norme varate a una probabile bocciatura da parte della Corte costituzionale o della Corte di giustizia dell’Unione europea con la conseguente lesione dei principi di buon funzionamento della amministrazione e di certezza del diritto».