La questione territoriale curda risale agli anni immediatamente successivi al termine della Prima Guerra Mondiale; l’Impero ottomano, uscito sconfitto dal conflitto venne smembrato e ridotto a uno Stato nazionale turco nella sola Anatolia. Il trattato, però, prevedeva la possibilità per la minoranza curda di ottenere l’indipendenza in un proprio Stato nazionale, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione della Società delle Nazioni designata ad hoc.
Il territorio dell’impero ottomano storicamente abitato dai curdi si trovò quindi diviso tra la nascente Repubblica turca di Ataturk –  che negava la stessa esistenza di una forte minoranza curda all’interno del suo territorio – e la monarchia araba d’Iraq, amministrata dal Regno Unito e anch’essa poco propensa a concedere alla minoranza curda autonomia amministrativa.
Dal 1925 i curdi sono stati coinvolti in numerosi conflitti avvenuti in questa martoriata terra mediorientale, una lotta su più fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità e dei diritti civili e politici all’interno dei diversi Stati in cui si trovano a vivere. I Governi di Iran, Turchia, Siria e dell’Iraq, hanno sempre cercato di negare la stessa esistenza di questo popolo tentando di cancellarne la cultura, la storia, la lingua e attuando repressioni a volte ferocissime. Nessuno dei Paesi coinvolti vuole rinunciare alle risorse naturali, a partire dal petrolio, di cui è ricco il Kurdistan.
Negli ultimi anni la guerra al cosiddetto Stato Islamico ha visto i curdi combattere in Iraq e in Siria per difendere il territorio dai jihadisti, in un complicato scacchiere di alleanze, dove hanno giocato un ruolo fondamentale anche la Russia e gli Stati Uniti.
In questo contesto, nel settembre 2017 in Iraq, il governo locale guidato da Barzani ha indetto un referendum per l’indipendenza della regione dal governo centrale. Pur avendo ottenuto un risultato plebiscitario, Baghdad ha ritenuto illegale il voto e ha riconquistato i territori curdi e le loro risorse petrolifere, mettendo fine alle mire indipendentisti dei curdi iracheni.
Sull’altro fronte il governo turco, preoccupato che con la fine della guerra in Siria i curdi potessero ottenere maggiore autonomia, spingendo la stessa minoranza che si trova in Turchia a chiedere maggiori diritti, ha minacciato di attaccare i territori siriani nelle mani delle forze curde, approfittando della decisione degli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dal paese.
Anche l’Iran è completamente d’accordo con la Turchia su una questione: impedire la nascita di un’entità curda autonoma nel nord della Siria.
In attesa di una soluzione, continua una guerra “a bassa intensità” che fa vittime soprattutto tra i civili. Centinaia di migliaia sono fuggiti dalle loro case e vivono in condizioni umanamente inaccettabili rinchiusi in campi profughi come quello turco di Cukurca, o quello greco di Lavrio, o in quello siriano di Afrin, o in quello iracheno di Makhmourin.