Nell’oramai lontano anno di grazia 1989 entrò in vigore il codice di procedura penale ancora vigente, sia pure con tante piccole e grandi modifiche, aggiunte e postille che il legislatore ha ritenuto di dover deliberare nel frattempo. Dopo oltre trent’anni e molti stravolgimenti qualcuno ancora chiama il sistema “nuovo rito” e quel testo “il nuovo codice”. Questa stravaganza sembrerebbe indicare che nella nostra cultura le riforme siano così rare che poi se ne portino per lunghi tempi i segni e appaia nuovo qualcosa che in realtà è già molto stagionato, se non antico o decrepito.
Invece le cose stanno diversamente, all’opposto. Se chiamiamo un codice nuovo dopo trentadue anni è proprio perché nella mentalità (nazionale e non solo) corrente concepiamo ogni stato di cose come precario, provvisorio, mai stabile e meritevole di riforma. Però quando una riforma si attua davvero siamo così poco abituati alla novità che la sua metabolizzazione tende all’infinito, ci sembra sempre un corpo estraneo. Quindi l’innovazione o è da riformare a sua volta o è da maneggiare con una cautela tale da neutralizzarla in gran parte.
A ben vedere il nostro paese sembra un eterno e sterminato cantiere, soprattutto negli ultimi anni. Perenni lavori stradali fanno meravigliare che nel secondo dopoguerra si siano realizzate tante opere, specie autostradali, con tempi molto apprezzabili e con cui oggi non si riescono a risistemare nemmeno semplici parti e componenti come guard-rail, manti stradali, svincoli, ponti e cavalcavia. Anche culturalmente, nell’amministrazione e nel diritto, noi pensiamo che ogni settore vada riformato attraverso radicali interventi normativi, con la creazione di logiche e sistemi completamente diversi. Questo vale non solo per la giustizia ma anche per la sanità, la sicurezza, l’istruzione, la famiglia, l’economia, il commercio, la cultura, lo sport. In ogni ambito, in definitiva. Quindi installiamo altri eterni cantieri, in questo senso non materiali ma istituzionali.
Siamo quindi intrappolati fra l’incapacità a compiere davvero le riforme, rimandandole, rimaneggiandole, rinnegandole e la percezione della loro necessità. Su questo ultimo punto insiste davvero l’aspetto cruciale della questione. Raramente si pensa che molte inefficienze dipendano dal non funzionamento dell’esistente, da difetti organizzativi e da mezzi e attenzioni insufficienti ad attuare i sistemi. Perciò si tende a riscrivere le regole daccapo e non a ragionare sulle reali motivazioni delle disfunzioni. In materia di sanità conta stravolgere gli assetti delle competenze e delle strutture o dotare il sistema di migliori e maggiori mezzi? Diffondere la medicina di urgenza sul territorio ad esempio e rendere il medico di famiglia molto più coinvolto e attrezzato.
In materia di giustizia quanto sarebbe decisivo accelerare i tempi dei processi piuttosto che creare schemi e logiche apparentemente nuove? Ha senso stravolgere la disciplina della prescrizione quando bisognerebbe impedire le lungaggini per cui i procedimenti arrivano troppo spesso a superare i tempi di prescrizione. E per la scuola dobbiamo creare altre tipologie di istituti o pensare a rendere degna l’edilizia scolastica, modernizzando le dotazioni e i mezzi, migliorando il livello dei testi adottati? Gli esempi sarebbero innumerevoli in ogni ambito.
In definitiva l’aggrapparsi al feticcio della riforma se serve a scongiurare il panico per qualcosa di veramente altro e rivoluzionario, talvolta pericoloso ma talvolta auspicabile. E serve per procrastinare, con un eterno mutare ipotetico e promesso, lo status quo. Non solo cambiare tutto perché non cambi niente, ma ancor più promettere cambiamenti che magari non avverranno neppure sulla carta, tra mille dissidi politici e rinvii tra commissioni parlamentari e istituzioni varie. Molto spesso la vera rivoluzione sta nell’attivare l’esistente, nel rendere vero quel che è scritto già.
Il cristianesimo ad esempio fu vero cambiamento, persino rivoluzionario, non tanto perché si compirono miracoli stupefacenti, né perché la vita dei popoli fosse stata stravolta, ma perché una forza superiore indicò agli uomini e alle donne il modo di attivare la loro già esistente innata capacità di amare e solidarizzare.

Ettore Picardi