Il mondo ha da tempo fusi orari diversi, ma coordinati secondo regole logiche e comuni che consentono una certa armonia fra inevitabili diversità e contrasti. Insomma gli orologi non battono le stesse ore in contemporanea ma si uniformano a principi condivisi che consentono la convivenza. Nel nostro paese non abbiamo lo stesso tempo di altre nazioni e continenti, ma possiamo sapere quale sia e regolarci di conseguenza. Negli ultimi tempi sembra invece regnare nel nostro pianeta una discordia per nulla organizzata e controllata. E le regole d’insieme che sopravvivono sembrano solo apparenze, mantenute per mere convenienze politiche.
Si è svolto ultimamente (25-29 gennaio 2001) il meeting annuale dell’economia di Davos, amena località delle Alpi svizzere, quest’anno necessariamente tenutosi con modalità telematiche a causa dell’emergenza sanitaria. Si tratta di un Forum di altissimo livello, cui partecipano i Capi di Stato di molti dei maggiori paesi del mondo e i rappresentanti degli organismi sovranazionali più importanti, quale ad esempio l’Unione Europea. L’incontro è gestito da una fondazione senza fini di lucro, fondata nel 1971 e oltre a temi prettamente economici amplia il suo raggio d’osservazione anche ad altre tematiche cruciali quali l’ambiente e la salute.
Le apparenze di cui si discuteva in precedenza anche in questo caso sono state salvaguardate. Si è parlato di capitalismo che non può rispondere solo agli azionisti e ai loro interessi, ma che deve adeguarsi alla c.d. teoria dello “Stakeholder”. Ovvero le aziende debbono riferirsi alle intere comunità e agire per il benessere complessivo delle stesse, a partire da ambiente, salute ed economia nel suo insieme. La leader europea Ursula Von der Leyen e la premier tedesca Angela Merkel si sono inserite in questo stesso filone, cercando di coniugare concetti di crescita economica e di salvaguardia climatica, nonché di contemperare il multilateralismo e le esigenze di coordinamento internazionale.
In materia ambientale è intervenuta l’ormai esponente di fatto del relativo movimento di tutela, la giovanissima Greta Thunberg e molti leader europei, come il francese Macron hanno rilasciato dichiarazioni concilianti e ottimistiche. L’indiano Modi e l’israeliano Nethanyau hanno magnificato l’evoluzione tecnologica dei loro paesi, riferendo di come abbiano saputo, grazie a tali nuove conoscenze e capacità organizzative, contrastare la pandemia in atto, molto meglio del previsto e di quanto accaduto in altri Stati anche molto più potenti dei loro.
Le dolenti note però sono emerse subito quando a intervenire sono stati i rappresentanti di paesi che vantano sicuramente un minor tasso di democrazia e, quasi inevitabilmente, una maggiore aggressività commerciale se non anche territoriale. Forse anche una maggiore e brutale sincerità. Xi Jinping ha sì raccontato voler abbassare i toni auspicando la fine di qualsivoglia guerra commerciale, augurandosi un mondo più multilaterale possibile, ma ha duramente affermato di non voler alcuna ingerenza altrui su come sia gestita la sua Cina.
Il presidente russo Putin è partito dalle crisi economiche e dalle iniquità in atto per paventare, ma in casa d’altri e non nella sua, crisi democratiche lanciando anche allusioni e qualche velata minaccia. Appare evidente che la nuova leadership della sua abituale rivale, gli Stati Uniti d’America, gli sia molto meno gradita della precedente e questo lo lasci perplesso su future intese e sulla possibilità di accordi duraturi. La parola suggestiva da lui usata è stata “distopia”, nel senso del rischio che il mondo entri in una fase di regresso e di incontrollata serie di problemi.
L’Italia è stata assente a causa della crisi di Governo ed anche gli Usa non hanno brillato per presenza, alle prese anche loro con i noti problemi interni di successione politica.
In definitiva appare evidente che in pochi si rendano conto che la barca sia una, la stessa per tutti, che trascurarla significa andare insieme alla deriva e rischiare di affondare. E che l’egoismo di pochi non può portare a risposte individualistiche, ovvero nazionalistiche, il cui unico risultato non può essere che la mancanza di strategie e il diffondersi di povertà, invivibilità dell’ambiente, emergenze sanitarie. Problematiche che rischiano di colpire tutti a livelli crescenti e difficilmente gestibili. Come l’epidemia in corso dovrebbe insegnare. Divisi si perde.