E’ trascorso un anno da quando il 27 marzo 2020 Papa Francesco pregava per la fine della pandemia in una piazza San Pietro completamente vuota con la pioggia battente, unico rumore a fare eco alla preghiera del Papa. E’ stato un momento unico che sarà ricordato nei libri di storia per la straordinaria forza rappresentativa. Papa Francesco visibilmente sofferente ricordava a tutti noi, con negli occhi ancora le immagini della colonna di camion militari che trasportarono da Bergamo le bare dei morti per Covid-19, che: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.
E’ trascorso una anno fatto di dolore, speranze, illusioni ma il Covid è ancora lì con il suo carico di angoscia che lascia in ciascuno di noi. Non so se usciremo da questa pandemia più coesi, più attenti alle esigenze gli uni degli altri in un rinnovato spirito di coesione e di fratellanza o invece prevarrà l’egoismo dei più forti.
Questa settimana rivivremo i momenti più importanti della vita di Cristo per celebrare nella gioia la Pasqua di resurrezione.
Ma questa Pasqua come interpella la mia fede? Come la gloria del Cristo risorto illumina i miei gesti e le mie relazioni? Saremo in grado di riconoscere nel fratello il volto del Cristo sofferente, riusciremo a far ardere i nostri cuori e da lì i nostri gesti come è successo ai discepoli di Emmaus?  Oggi più che mai dobbiamo passare dalla cultura dell’egoismo e della paura alla cultura della solidarietà e della condivisione, oggi dobbiamo riuscire ad accompagnare l’altro che fa fatica con la nostra vicinanza concreta. Avremo l’incoerenza delle folle di Gerusalemme che prima acclamano al Signore e poco dopo guardano impotenti e pavidi alla sua morte in croce o sapremo riscattarci come il buon ladrone crocifisso con Gesù .“oggi sarai con me in Paradiso”?.
La Resurrezione di Cristo deve riuscire a rinnovare ogni giorno il mio modo di pensare, dobbiamo passare da una logica dell’IO ad una logica del NOI e questo in tutti gli atti che compiamo da quelli più semplici del nostro vivere quotidiano alle scelte più importanti che mettiamo in atto come singoli e come comunità.
Ma questa conversione deve nascere prima di tutto in me, non debbo aspettare che sia l’altro a cambiare, che sia la società migliore, che cresca una maggiore attenzione alla situazione ambientale dove vivo, ma sono le mie scelte quotidiane dalle piccole a quelle più importanti che fanno la differenza. Sono io che posso vivere in pienezza la gratuità dei gesti, la condivisione, l’attenzione all’altro, la salvaguardia del creato e delle risorse naturali. Sono io che sono chiamato non tanto ad essere maestro ma testimone, sono chiamato a VIVERE IL COMANDAMENTO DELL’AMORE NELLA QUOTIDIANITA’ DELLA MIA STORIA.