Non si sostiene necessariamente una particolare ideologia o forza politica quando si afferma che le principali democrazie stiano affogando in una crisi generalizzata. Più di ogni altro aspetto si tratta di una caduta verticale in molte nazioni della levatura degli eletti, che ha portato a ruoli di assoluto vertice personaggi senza qualità, spesso arroganti e poco democratici, paradossalmente. Un sistema democratico non solo da spazio ai propri avversari, e non potrebbe essere altrimenti, ma addirittura produce al suo interno le forze avverse a sé.
In momenti di confusione e sconforto ritorna così l’eterna suggestione dell’uomo forte, del dittatore che, svincolato da logiche di compromesso e ricatto, sarebbe in grado di decidere per il meglio. Molto facilmente si può smontare questa ingenua ma talvolta violenta concezione politica, spesso animata da un’insana voglia di mantenimento di privilegi e sottomissione dei deboli. Infatti mai una dittatura ha funzionato sul serio nella storia, rarissimi sono stati i sovrani illuminati, molto spesso l’egoismo del tiranno ha incrementato ingiustizie e disparità, fino al facile ricorso a guerre e repressioni militari del dissenso. E non si può neppure ignorare il quesito logico fondamentale: chi sceglie il dittatore e che garanzie abbiamo che sia scelto il migliore? Si deve anche ritenere poi che una struttura di potere incontrollato e assoluto preferisca per i ruoli più delicati e di responsabilità uomini secondo logiche di fedeltà e non di valore.
Ultimamente da alcune parti si è data voce a un’ulteriore tendenza, l’affidamento del governo al caso. Forme di sorteggio, magari temperato da preselezioni su basi culturali e anagrafiche, svincolerebbero i nominati da logiche di partito. Insomma non la dittatura di singoli, non l’oligarchia di partiti e lobbies, ma il potere fortuito. In Italia i recenti scandali sulle nomine dei dirigenti massimi della magistratura hanno creato un vasto movimento in tal senso, interno allo stresso ambiente giudiziario. Per i fautori di questa riforma, i membri del Csm dovrebbero essere tirati a sorte e così non sarebbero più faziosi, indottrinati da logiche di parte, nello specifico quelle delle correnti della magistratura.
Lascia perplessi che gli stessi magistrati, o meglio una loro rumorosa minoranza, ritengano di non essere in grado di gestire il proprio autogoverno. Infatti chiedono di affidare la responsabilità di scegliere i capi degli uffici giudiziari a loro colleghi designati dal caso. Se pensa questo una categoria che dovrebbe essere qualificata per autorevolezza e affidabilità, che speranze può avere una società che ammette di non essere in grado di far buon uso del potere elettorale?
In campo internazionale ha fatto scalpore il caso dell’Islanda, maturato dopo la terribile crisi finanziaria e speculativa del 2008. Si tratta peraltro di uno Stato dove è stato creato probabilmente il primo Parlamento della storia, l’Althing, le cui origini risalgono all’anno 930 d.C. Infatti a partire dalla fine del 2009 si istituì, in forza di scelte di membri sorteggiati, una Assemblea di un migliaio di cittadini con il compito di redigere la nuova Costituzione. Il progetto, pur andato abbastanza avanti, è comunque fallito perché non ha superato le successive approvazioni parlamentari e referendarie.
In realtà quel che i fautori del caso non considerano davvero è che i problemi nella corretta gestione dei poteri non si limitano alla fase iniziale, quelli della scelta dei rappresentanti di un’istituzione. Le peggiori deviazioni e inadeguatezze avvengono durante la successiva fase dell’attività istituzionale e non si ha alcuna garanzia che il sorteggiato sia meno corruttibile e condizionato da gruppi di potere come i partiti e, ancor peggio, come altre più occulte forze di condizionamento.
Il merito della democrazia rappresentativa è quello di responsabilizzare gli eletti, scelti in base ai loro dichiarati obiettivi e programmi. Non attuare quanto promesso deve essere spiegato al corpo sociale. Merito ancor maggiore è però soprattutto responsabilizzare gli elettori che saranno gli artefici delle loro scelte e che, se confermeranno precedenti errori e l’incapacità di valutazione critica, avranno meritato quella rappresentanza inadeguata e rovinosa.
In definitiva la democrazia oltre a sposarsi con la libertà e la partecipazione di tutti ha questo enorme pregio: far apparire chiara l’indole e la capacità di un popolo, i cui rappresentanti ha scelto in base alle proprie preferenze e intenzioni. In democrazia le istituzioni sono lo specchio di un Paese.