Un frequente uso improprio delle parole libertà, autonomia, indipendenza si ha di questi tempi, specialmente con riferimento a due delle attività più importanti e delicate del vivere sociale: la giudiziaria e la sanitaria. Quante volte si sente dire che un magistrato debba essere libero di prendere le sue decisioni senza condizionamenti altrui? Quante volte che un medico possa sempre scegliere quale cura ritenga adatta al suo paziente? In queste visioni convivono sia l’esigenza di affidare la propria persona a professionisti non soggetti a logiche di potere e di mercato, quanto l’ansia di non avere difesa contro l’arbitrio in cui gli stessi potrebbero cadere, con grave danno per gli utenti. In realtà, valutando le norme vigenti e i profili deontologici in materia, è possibile trovare un punto di equilibrio che spazzi le troppe imprecisioni oggi rimpallate dal frastuono degli incompetenti.
Partendo dal settore giudiziario il primo pensiero va al principio basilare in base al quale “il giudice è soggetto solo alla legge”. Chiaro e semplice. In realtà facile a dirsi, molto meno a farsi, cioè ad applicare. Tutto questo perché il significato concreto della legge non è affatto scontato. È noto infatti come molte, forse tutte le disposizioni siano soggette ad interpretazione, non potendo le norme disciplinare minuziosamente ogni caso della vita. Perciò i giuristi sono continuamente chiamati ad estendere quel che è scritto nelle leggi per i casi non disciplinati: ovvero la stragrande maggioranza.
Si consideri un esempio semplice: una persona detenuta agli arresti domiciliari potrà uscire di casa solo quando e se autorizzato in dati orari. Potrà però essere giustificato talvolta se abbandona il domicilio per uno stato di necessità. Nessuna legge potrà mai essere così completa da indicare tutte le possibili ipotesi della necessità: lascia al magistrato questo compito. Vi saranno casi certi, se ad esempio scoppia un incendio nello stabile, come casi dubbi, se il detenuto esce per comprare un farmaco (un salvavita cardiaco sarà ben diverso da una pomata per una foruncolosi). Vi saranno però casi in cui parlare di necessità è evidentemente impossibile, come quello di andare a giocare al lotto.
Quindi il giudice valuterà da sé le situazioni, ma dandone conto attraverso un ragionamento tecnico: la motivazione. Questa servirà per comprendere se si sia mantenuto in un percorso giuridicamente apprezzabile, seguendo tesi autorevoli, precedenti giurisprudenziali, concetti ricompresi nella migliore o almeno valida scienza giuridica. Il potere del giudice però non sarà mai arbitrario. Dovrà decidere riferendosi alle norme e alle loro interpretazioni coerenti. Una responsabilità disciplinare, oltre che causa di riforma delle decisioni, sta proprio nell’interpretazione arbitraria delle norme.
Parimenti il medico, nello scegliere la terapia per il proprio paziente, avrà dei vincoli in cui confinare la propria autodeterminazione. Vincoli, si badi bene, a tutela del malato oltre che dello stesso operato del sanitario, laddove contestato. Innanzitutto è imprescindibile una diagnosi corretta ed esauriente, in assenza della quale non sarà possibile agire in nessuna direzione. Quindi se il professionista vorrà discostarsi dai protocolli di cura ufficiali o più seguiti sarà libero di farlo. Tuttavia anche lui dovrà motivare le scelte, riferirsi a studi significativi, trattamenti con statistiche consolidate, avere un progetto terapeutico, senza dimenticare la corretta informazione al paziente e di riceverne il consenso.
Parallelamente al giudice un medico potrà usare farmaci generici, preferire terapie conservative di una lesione articolare e non operarla, effettuare interventi chirurgici innovativi purché validati da precedenti o da una perfetta conoscenza dei metodi e delle conseguenze. Non potrà somministrare farmaci ritenuti pericolosi o ancora in fase sperimentale in luogo di terapie dai risultati assodati. E nelle sue valutazioni dovrà comunque svolgere una corretta analisi dei rischi e dei benefici. Si deve amputare un arto in cancrena, ma non una mano se si ha una banale sindrome infiammatoria.
In questi tempi di complottismo e negazionismo inqualificabili e altamente pericolosi, un sanitario che contesti determinate cure o ne proponga di alternative dovrà sempre rendere conto del suo ragionamento scientifico, non affidandosi al sentito dire, al proprio gradimento, alle convenienze o, peggio, ad un’impostazione politica. Ha la responsabilità della salute e anche della vita del prossimo, un bene troppo prezioso per gestirlo in modo umorale e personalistico. Il luminare non cerca mai di dimostrare di esserlo, ma pensa al risultato migliore possibile da raggiungere per il paziente.
Ettore Picardi




