Da diversi anni si fa sempre più serrato il conflitto tra chi utilizza un linguaggio rispettoso di qualunque condizione umana e chi invece ritiene la continenza verbale spesso eccessiva, arrivando a provare addirittura fastidio fisico per quella che gli appare nient’altro che melassa dolciastra di parole. Per i primi le minoranze di qualunque tipo e i soggetti protagonisti di vicende sfortunate dovrebbero essere trattate con estrema cautela secondo le regole dettate del c.d. politicamente corretto. Molte volte in realtà sentire usare le definizioni dei “diversamente qualcosa” o i “non qualcos’altro” assume più la veste dell’ipocrisia che quella del riguardo per gli altri. Dove sta la verità? Ovviamente da nessuna parte in modo assoluto. Da un lato non è giusto ricordare di continuo con termini brutali a un individuo il suo essere malato, o portatore di una disabilità, di una tendenza sessuale troppo spesso discriminata, di una appartenenza etnica oggetto di scherno. Vi sono stati non pochi drammi psicologici, potenzialmente tendenti al rischio di gesti tragici, per chi si è sentito responsabile della sua stessa sventura o dell’appartenere in qualche modo a una minoranza vilipesa. Non bisogna mai dimenticare l’impatto che le parole hanno sul prossimo. Si tratta di uomini e donne in carne ed ossa, soprattutto con una propria sensibilità e fragilità, peraltro accresciuta dalla modernità. Modernità che concedendoci molto più tempo e possibilità di scelta, ci rende attaccati alla vita ben più di quanto potevano permettersi i nostri antenati. E poco disponibili all’esclusione. D’altro canto sono davvero tante le controindicazioni e gli eccessi del politicamente corretto. Ad esempio usare il femminile di termini generalmente maschili, la Sindaca, la Ministra, la Giudice, è davvero cacofonico e nemmeno tacita le polemiche, anzi ne suscita un bel vespaio. Del resto meglio sciacquarsi la bocca che cambiare davvero i comportamenti. Ci si illude di far contente le donne elargendo loro una parità formale e di facciata, senza rinunziare davvero ai vantaggi della propria mascolinità. Meglio poi usare perifrasi come “persona di colore”, “diversamente abile”, “non vedente”, che fare qualcosa di concreto e impegnativo per rimuovere barriere architettoniche, oppure demolire atteggiamenti omofobi e razzisti, propri o altrui.
Per contrappasso ai campioni del politicamente corretto, che spesso raggiungono inaudite vette di falsità e fastidiosità, nascono i campioni del politicamente scorretto. Quelli che si gloriano di parlare in modo schietto, pazienza se offensivo, di non essere ipocriti, anche se in definitiva sono aggressivi e violenti. Si tratta dei campioni dei talk show televisivi e dei loro emuli, epigoni da bar o salottini, piuttosto sfigati: si sentono in diritto di offendere chiunque ritengano giusto, magari per fare spettacolo o ottenere qualche forma di consenso e visibilità.
Ci troviamo quindi nell’attualità di fronte a due tendenze opposte, di cui cogliamo più facilmente gli aspetti negativi che i positivi. Ciò perché entrambi gli atteggiamenti presentano lo stesso vizio di fondo: l’opportunismo. Se in una data situazione o ambiente è più vantaggioso si userà un tono benevolente, sussiegoso e ipocrita. In altri ambiti e contesti pagheranno invece l’aggressività e la mancanza di rispetto, ammirate come presunto coraggio: è violenza camuffata da sincerità.
Credo che la categoria da bandire non sia il politicamente corretto o lo scorretto, bensì quella della convenienza. Non essere mai se stessi per secondi e tripli fini, in modo tale da ignorare la persona altrui: il parlar chiaro è così solo un’occasione per esibire e promuovere se stessi.
Io spero che chi comunica con reale sincerità venga sempre compreso, che il suo modo di esprimersi risulti adeguato non per le forme adottate ma per le effettive intenzioni. Chi si relaziona con i giusti propositi non ha bisogno né di urla né di acrobazie verbali. Il rispetto umano ha un linguaggio chiaro e diretto, ma anche semplice e amichevole. La regola del linguaggio resti sempre la naturalezza.