Sono riesplose proteste e tensioni a Gerusalemme, complice l’allontanamento di diverse famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere est della città.

Alla base di tutto, delle tensioni, degli scontri, delle crisi politiche, territoriali e religiose c’è sempre stata e continua ad esserci un’unica ragione: Gerusalemme, il luogo su cui si concentrano i problemi mai risolti del territorio. In poche settimane gli scontri sulla regione hanno riacceso i riflettori su una crisi mai chiusa e oggi, come 7 anni fa, Hamas ha ripreso un lanciare razzi su Israele che a sua volta ha risposto con bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Il nuovo appello di papa Francesco è l’ennesima parola di pace destinata al vento: “Tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere
In ballo c’è il carattere palestinese di Gerusalemme Est, considerato come territorio occupato dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite ma annessa da Israele dopo la guerra del 1967. Nella zona vivono 250mila palestinesi, e questa esplosione di violenza è stata causata dagli sfratti di decine di famiglie palestinesi dalle proprie case nel quartiere storico di Sheikh Jarrah.
Si tratta di una zona strategica per gli israeliani che la considerano necessaria per assicurare una maggioranza ebraica nella città. Sheikh Jarrah è un quartiere arabo-palestinese in vicinanza della città vecchia dove da anni sono in corso tentativi di espropriazione che adoperano giustificazioni legali per quello che in realtà è un obiettivo politico: rendere impossibile la formula dei due Stati.
Gerusalemme è di fatto divisa in due dal 1949, dalla fine della prima guerra combattuta fra arabi e israeliani (negli anni precedenti a Gerusalemme convivevano arabi, israeliani e cristiani e l’intera zona conosciuta come Israele e Palestina era unita). L’armistizio sancì che Israele si tenesse la parte ovest della città – che ancora oggi è totalmente israeliana e ricorda molto una città occidentale – mentre la Giordania, che durante la guerra aveva occupato parte di Gerusalemme e dell’odierna Cisgiordania, mantenesse il controllo della parte est della città, quella palestinese, che tuttora è abitata in prevalenza da arabi. Fra Gerusalemme ovest e Gerusalemme est fu tracciato un confine, chiamato Green Line. La situazione è cambiata nel 1967, al termine della cosiddetta Guerra dei sei giorni: Israele vinse anche quella guerra e conquistò diversi territori fra cui Gerusalemme est, di cui tutt’oggi mantiene il controllo militare assieme ad un’ampia zona di quartieri limitrofi (che oggi sono stati “inglobati” nel territorio che Israele considera Gerusalemme est). L’ONU e i principali paesi occidentali non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est a Israele.
Il mondo sembra rassegnato al conflitto mediorientale. La guerra in quella porzione di mondo è diventata parte del panorama come le pietre, il deserto, il petrolio. Sono trascorsi settant’anni di conflitti ripetuti, e di deve prendere atto della difficoltà quasi insormontabile tra due popoli di fare la pace. Una situazione assurda, sconfinata questi giorni in un nuovo conflitto, in realtà mai cessato del tutto. Ogni tanto capita qualche motivo, casuale o provocato e torna la distruzione e la morte.
Tanto assurdo appare questo conflitto da spingere oggi lo stesso papa Francesco a porsi alcune domande: “L’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro?”.
La diplomazia mondiale è in mano alle stesse potenze –piccole e grandi – che condannano gli scontri ma bloccano con i veti incrociati ogni risoluzione dell’ONU, e che allo stesso tempo armano i contendenti, salvo poi annunciare aiuti alle popolazioni coinvolte nel conflitto….
Quando si deciderà di affrontare la questione palestinese senza ipocrisia?