In attesa delle elezioni prossime, mentre per gli italiani si pone l’impegno di proteggere la democrazia che tanto rischia in questi tempi di scomparire per la scarsa partecipazione del popolo molto disorientato e” addormentato”, per chi ha esperienza migratoria invece non solo c’è sfiducia nelle istituzioni italiane ma anche la percezione di chiara esclusione dalla discussione politica pubblica. Una ricerca di WeWord parla di 5 milioni di cittadini stranieri residenti che non si sentono rappresentati e nemmeno coinvolti nel dibattito politico, in particolare quello sulla cittadinanza che aprirebbe le porte al diritto di voto e alla rappresentanza e quindi a una partecipazione costruttiva. La maggior parte degli intervistati dichiara di aver paura di accedere ai servizi locali e non crede che i propri bisogni possano trovare una risposta adeguata. In alcuni casi preferiscono addirittura tornare nei propri paesi d’origine. Sono persone“che vivono ormai in Italia da molti anni o vi sono nati, che partecipano attivamente alla vita economica e sociale del paese e che vorrebbero sentirsi parte a tutti gli effetti, esprimendo le proprio istanze in un dialogo e confronto diretto (e non mediato, come spesso accade) con le istituzioni. “È in questo contesto”, spiegano da WeWorld, “che nasce il progetto SHAPE (Sharing Actions for the Participation and Empowerment of migrant communities and Local Authorities , finanziato da bando europeo) che ha come obiettivo quello di incentivare la partecipazione delle varie comunità di migranti nei processi democratici e nell’ideazione e implementazione di politiche di integrazione a livello locale e nazionale.” Sono stati ascoltati persone e gruppi coinvolti nel progetto (in Italia, Ungheria e Croazia come terre di confine e in Germania e Portogallo) riguardo ai bisogni relativi a cinque tematiche, centrali per realizzare una vita piena e soddisfacente: abitazione, istruzione, salute, lavoro e parità di genere.

È emerso che le persone con vissuto migratorio sperimentano la partecipazione civica soprattutto a livello locale, dove sentono che i loro bisogni primari sono valutati più da vicino, soprattutto tramite i sindacati. È nella struttura sindacale che i migranti hanno trovato il loro principale canale di partecipazione politica intermedia e, soprattutto, di mobilitazione. Ma non basta, perché certamente più efficaci sono stati le “voci” delle 931 associazioni ed enti privati (dati riferiti al 2020)  iscritti al registro “associazioni migranti” che operano per i cittadini con background migratorio in Italia: cooperative sociali, scuole, università, centri di ricerca, aziende private, strutture sanitarie, enti religiosi, ecc. Voci, queste, del Terzo Settore che amplificano le proposte, le esigenze e le prospettive di chi ancora  è fuori dai giochi di potere. Come passare quindi dalla considerazione degli stranieri nell’antica Grecia come sovvertitori degli equilibri sociali e culturali a oggi per vederli invece corresponsabili della vita della polis moderna?