Buoni segnali sul fronte della promozione dei diritti. Con la modifica ad ampia maggioranza dello Statuto cittadino, Bologna dal 22 febbraio conferirà la cittadinanza onoraria a circa 11mila bambini residenti nella città che per lo Stato sono ancora stranieri, pur essendo nati e cresciuti in Italia. Ciò avverrà ogni anno il 20 novembre, giornata internazionale dei diritto dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui si svolgerà una cerimonia di accoglienza e di consegna dello statuto comunale e di un kit di cittadinanza ai nuovi “bolognesi”.
Questo Comune sarà così il primo in Italia ad avere al suo interno il principio dello ius soli. Un gesto simbolico, in quanto niente cambierà nei documenti personali ma dal significato enorme, teso a sollecitare il Parlamento italiano a cambiare le regole in questa materia. Dal 1992 infatti è la legge 91 a stabilire come una persona emigrata può diventare “italiano”.
Si calcola che circa un milione di minori nati e cresciuti qui potrebbe ottenere la cittadinanza immediatamente. Ad oggi la legge si basa sullo ius sanguinis, il diritto cioè alla cittadinanza italiana solo se si è figli di almeno un genitore italiano. Una persona di origini straniere può diventare cittadino italiano solo al compimento del 18° anno e se ha risieduto in Italia ininterrottamente. Sul fronte legislativo intanto, in Commissione affari costituzionali, c’è una proposta pronta ad essere discussa: quella dello ius scholae.

Essa stabilisce che “un bambino nato in Italia o arrivato in Italia prima di avere compiuto 12 anni, nel momento in cui compie un ciclo scolastico di 5 anni, facendone richiesta, ottiene la cittadinanza italiana“. Legge che in fondo andrebbe soltanto a ratificare un cambiamento culturale di fatto che vede, ormai da anni, figli di genitori stranieri inseriti pienamente nel sistema scolastico e nelle varie opportunità educative.
Chi frequenta famiglie straniere sa quanto esse tengano fortemente a garantire ai figli la piena parità di inserimento nel tessuto sociale del nostro stato, facendoli sentire italiani in tutti gli ambiti di crescita.

Giuseppe Brescia, deputato promotore della legge (che già la ministra dell’Istruzione Fedeli aveva proposto nel 2018), preme per convincere  anche le forze di governo più ostili ideologicamente da tempo all’argomento: Credo che il modello dello ius scholae possa trovare un consenso largo, anche perché mette al centro il valore della scuola, il ruolo dei nostri insegnanti. È in classe che si costruisce la cittadinanza, l’appartenenza a una comunità…”. Purtroppo proprio in questi giorni alcuni parlamentari hanno chiesto di rinviarne la discussione perché  nell’attuale situazione politica “ci sono altre priorità”.
Ancora una volta segnali di fumo?