Per Pasqua, si prevede verranno vendute e consumate in Italia, malgrado la crisi, più di 30.000 tonnellate di uova di cioccolato, per un fatturato superiore ai 270 milioni di euro. Ma è un business amaro per i coltivatori africani del cacao, che in queste settimane stanno subendo gli effetti di una brutale guerra commerciale che contrappone le multinazionali del cioccolato e i principali Paesi produttori, in gran parte africani.
Negli ultimi cinquant’anni, la produzione mondiale di cacao si è spostata per il 75% nei Paesi africani che si affacciano sul Golfo di Guinea: Costa d’Avorio (che da sola produce metà del cacao mondiale), Ghana e Camerun mentre più piccole quantità arrivano da Togo, Sierra Leone, São Tomé e Príncipe. In questi Paesi l’agricoltura estensiva ha trovato un clima ideale, ampia disponibilità di terre, manodopera a basso costo e vicinanza delle piantagioni ai porti.
Il mercato del cacao vale 125 miliardi di dollari l’anno, ma l’80% circa dei profitti resta nelle mani di chi si occupa della lavorazione e della distribuzione dei prodotti lavorati. Solo una minima parte (circa il 5%) va ai produttori che non riescono ad uscire da una condizione di povertà e sfruttamento.
Un anno fa, nel tentativo di tutelare i propri contadini, Ghana e Costa d’Avorio hanno deciso di far pagare agli importatori una tassa di 400 dollari a tonnellata, in aggiunta al prezzo di mercato. In un primo momento le multinazionali hanno accettato, ma lo scorso settembre – adducendo una prevedibile crisi dei consumi legata alla pandemia – hanno ingaggiato una vera battaglia per evitare di pagarla.
Alcune realtà, come la francese Cémoi o l’italiana Domori, hanno mantenuto fede agli impegni. Ma le principali multinazionali (Nestlè, Mars, Ferrero, Mondelēz, Hershey, Lindt…) si sono rifiutate di corrispondere quanto concordato. Negli Stati Uniti come in Europa (Amsterdam) sono presenti dei grandi magazzini di stoccaggio che raccolgono circa 400.000 tonnellate di cacao che vengono mantenute per situazioni di emergenza (calamità o campagne agricole improduttive). Per mantenere sotto scacco i paesi produttori, le multinazionali sono andate ad erodere gli stock piuttosto che acquistare il nuovo raccolto.
Ora, i porti di Tema (Ghana) e Abidjan (Costa D’Avorio) sono saturi di cacao conferito dai produttori che non si riesce né a vendere, né a stoccare, non essendo i due Paesi attrezzati con magazzini adeguati. I governi stanno cercando di erogare aiuti ai piccoli produttori, ma la situazione sta diventando drammatica.

 NON SONO TUTTI UGUALI
CHOCOFAIR prova ad andare controcorrente. È una rete di produttori, cooperative e trasformatori, che punta a garantire un approvvigionamento sicuro e tracciabile di cacao coltivato nel rispetto della terra e delle persone. Attraverso Chocofair i produttori di cacao entrano direttamente sul mercato europeo del cioccolato ottenendo un giusto compenso del proprio lavoro mentre cioccolatieri, gelatieri e consumatori hanno un prodotto di pregio, etico e sicuro in modo diretto. Il cacao proviene da regioni della Costa d’Avorio e Sierra Leone dove le piante crescono facilmente senza necessità di trattamenti chimici perché la coltivazione è integrata nell’ecosistema. Sono piante e frutti di grande pregio che permettono ai produttori di specializzarsi nel biologico. Inoltre, Chocofair insegna ai coltivatori a farsi il cioccolato a mano nelle piantagioni, in maniera che siano i primi a conoscere e a poter migliorare la bontà dei loro prodotti.
Le uova di cioccolato non sono tutte uguali. Una questione non solo di gusti, ma anche di giustizia e di sostenibilità. A noi sta il potere di scegliere. I nostri consumi hanno un peso. Ad esempio, le uova di Pasqua Ad Gentes (Centrale di commercio equo di Pavia) e Domori Bio (a sostegno del Gruppo Abele di Torino) provengono dalla filiera di Chofair e sono + buone per i produttori e + buone per i consumatori!