La guerra in Ucraina è una guerra dimenticata. Era la primavera del 2014, quando i separatisti filorussi e l’esercito di Kiev hanno iniziato a scontrarsi lungo i confini del Donbass, in quello che un tempo è stato il più grande bacino carbonifero dell’Unione Sovietica. La guerra nel cuore dell’Europa continua, ma non ce ne accorgiamo perché il Donbass è stato relegato in un buco nero.
Sia i russi sia gli occidentali hanno preferito congelare l’attenzione su questo fazzoletto di terra controllato dai separatisti e circondato dall’esercito ucraino.
In quattro anni, più di diecimila persone sono rimaste uccise dal fuoco delle artiglierie o dei cecchini. Oggi, nonostante i diversi cessate il fuoco, il conflitto continua a divampare a bassa intensità, nel silenzio quasi totale dei media europei. A Donetsk e Lugansk si muore ogni giorno, su entrambi i lati del fronte, e a farne le spese, il più delle volte, è soprattutto la popolazione civile
Il processo di soluzione politica previsto dai secondi accordi di Minsk è nato morto.

Quello del Donbass non è, e non può essere considerato, un conflitto etnico, ma una guerra le cui cause più profonde affondano le radici nel passato.
L’industrializzazione della seconda metà del XIX secolo, la costante migrazione – volontaria e forzata – dalle parti più disparate dell’impero prima e dell’Unione Sovietica poi, la particolare durezza del terrore staliniano e il carattere industriale della regione, hanno definito la storia particolare del Donbass e la sua naturale diffidenza nei confronti di Mosca prima e di Kiev poi. Il punto centrale nell’identità regionale è divenuto così non un’autoidentificazione su base etnica o culturale, ma su quella economico-territoriale. L’idea di essere il cuore industriale del paese, sfruttato e mai ricompensato a sufficienza ha favorito, infatti, il costante risentimento verso il centro di potere.
Su questo sentimento di rivalsa ha basato il suo  progetto politico il Partito delle Regioni (PdR)  dell’ex presidente Viktor Yanukovich., abile nell’incanalare il risentimento verso Kiev tramite l’idealizzazione di una distinta identità regionale.
Il vago malcontento sociale, in buona misura causato dalla crisi e deindustrializzazione degli anni ’90 che ha avuto un grande impatto sul carattere socio-economico regionale, è stato riempito da richiami alla specifica identità locale basata su aspetti storici, linguistici e culturali.
Così mentre il governo centrale dell’Ucraina indipendente si trovava ad affrontare– e sta affrontando tuttora –  i numerosi problemi nella costruzione di un’identità nazionale unificante, il partito delle regioni, in contrapposizione alle politiche di ucrainizzazione del ‘governo arancione’, enfatizzava il carattere distintivo del Donbass. Il passato glorioso come centro industriale dell’impero, la centralità della lingua russa e il richiamo alla federalizzazione del paese divennero tutti elementi del ‘patriottismo regionale’.
Il cambio di potere e la fuga di Yanukovich hanno avuto un doppio effetto. Da una parte si è creato un vuoto di potere, seppur temporaneo, a Kiev. Dall’altra, il PdR in Donbass si è rapidamente disgregato. Nel caos generale sono emersi personaggi e istanze che facevano leva su quei sentimenti di identità regionale precedentemente coltivati dalla politica isolazionista del partito delle regioni.

Altro fattore determinante è stato di certo il sostegno o la mancata reazione delle forze dell’ordine locali, anch’esse legate a doppio filo al sistema di potere creato da Yanukovich. Già a gennaio 2014 quando a Kiev le proteste non si erano ancora trasformate in una vera e propria rivolta, infatti, a Donetsk e Lugansk erano stati formati gruppi di auto-difesa di Cosacchi e attivisti sotto l’egida e finanziamento del partito delle regioni.
Nelle caotiche settimana dell’inizio della primavera di quattro anni fa il delicato passaggio di potere a Kiev si è scontrato così con l’improvviso vuoto di potere nel Donbass lasciato dal rapido collasso del partito delle regioni che – negli ultimi 10 anni – era stato capace non solo di costituire un vero e proprio stato nello stato, ma anche di manipolare per propri scopi politici il distintivo sentimento di appartenenza regionale.
Anche Mosca ha avuto un ruolo indiretto e diretto di Mosca nelle tragiche vicende che hanno caratterizzato la storia recente del Donbass. La Russia di Putin è stato un attore centrale nelle tragiche vicende di questo angolo dell’Europa. Cruciale è stato il suo ruolo non solo nel sostegno fisico e materiale alle autoproclamate repubbliche separatiste, ma anche ideologico, nell’identificare nel neonato governo di Kiev una ‘giunta’ fascista tramite i più disparati strumenti di propaganda. A questo si aggiunga l’occupazione e la annessione della Crimea alla Russia (non riconosciuta dalla comunità internazionale).

La crisi economica si fa sempre più grave e non potrà che peggiorare nei prossimi due anni. A ottobre 2018 l’Ucraina non aveva il denaro necessario per pagare stipendi e pensioni, perciò ha dovuto aumentare i prezzi del gas del 25%.
Gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale non sono stati usati per le previste riforme strutturali; corruzione e nepotismo nell’uso di questi aiuti hanno indotto gli USA a dichiarare che a queste condizioni l’Ucraina non verrà più sostenuta e che gli USA..
Nel 2019 la Russia porterà a termine la costruzione di due nuovi gasdotti che le permetteranno di esportare il gas senza utilizzare il gasdotto che attraversa l’Ucraina, e senza i circa 3 miliardi di dollari di diritti annuali di transito pagati dalla Russia per usare il gasdotto ucraino, il deficit aumenterà ancora.

Le prossime elezioni in Ucraina, che dovrebbero tenersi a marzo 2019, vedono un elettorato estremamente frastagliato. Se le tensioni aumentassero, Putin potrebbe invocare il dovere di proteggere la minoranza russa e occupare altre regioni. Ma la Russia non è il solo paese ad avere rivendicazioni sull’Ucraina. L’Ungheria, la Moldavia, la Romania, la Polonia rivendicano a vario titolo diritti ad alcuni territori lungo i confini …
Insomma, l’Ucraina è una sorta di bomba ad orologeria nel cuore d’Europa, ma né la Comunità Europea né l’ONU sembrano in grado di intervenire efficacemente per disinnescare questa escalation.