È morto un anno e ne è venuto avanti un altro. A capodanno abbiamo fatto festa: eppure ora dobbiamo contare un anno in più di tutto il tempo assegnato alla nostra vita.
Che il tempo sia una carogna lo sappiamo tutti: ci mangia i giorni, ci ruba gli anni, ci soffia la vita. Fugge rapido senza che noi ce ne accorgiamo e – quello che forse ci infastidisce di più – non ci restituisce mai neppure un attimo appena trascorso. Chi vi parla ha visto molte primavere ed è perfettamente cosciente che il tempo rimastogli comincia a scarseggiare.
Non voglio rattristare nessuno e neppure portare iella. Anzi voglio rasserenare qualche animo. E da dove prendo il motivo di tanta serenità? Ma è logico: dal Natale appena vissuto. Seguitemi nel discorso.
Sappiamo che uno degli attributi di Dio è la sua eternità. Non capisco pienamente cosa sia questa eternità, perché non entra nelle umane categorie mentali, ma intuisco che a Dio il tempo gli fa un baffo e nemmeno lo sfiora.
Ebbene, cosa ha fatto questo nostro Dio? Nascendo fra noi in Gesù ha pazzamente (per amore!) lasciato la sua eternità e si è tuffato nel tempo, e così ha cominciare a contare i secondi e le ore come tutti noi: è diventato bambino, adolescente, giovane, uomo maturo e, se non lo avessero ucciso, sarebbe diventato anche vecchio. Penso che anche Gesù a trent’anni aveva nostalgia di quando era bambino e giocava con gli amici per le strade di Nazareth!
Qualcosa vorrà pur dire tutto questo. Credo di sì: vuol dire che Dio ha unito strettamente in Gesù – uomo-Dio – la sua eternità con il tempo dell’uomo, cosicché quel mascalzone del tempo è stato come santificato, come salvato, come liberato, e in più dentro l’uomo è entrato anche il DNA dell’eternità di Dio.
Ecco perché noi cristiani crediamo fermamente che non tutto finirà quando scoccherà l’ultimo secondo della nostra vita. Infatti si fermerà in quel momento il nostro tempo, ma inizierà per noi il fluire senza fine dell’eternità, tuffati in Dio, fuori del tempo.
E allora buon anno nuovo, senza paura