I perché di un Nobel per la Pace

All’assegnazione annuale dei premi Nobel più o meno criticabili, incuriosisce soprattutto scoprire l’identità dei destinatari e la motivazione della scelta per capire “che aria tira in giro”. Il Nobel alla Pace, nonostante altre aspettative, è stato assegnato per il 2020 al WORLD FOOD PROGRAMME (WFP), indicata come la più grande organizzazione umanitaria di assistenza alimentare delle Nazioni Unite. Motivazione: “per gli sforzi nella lotta alla fame, per il contributo alla pace nelle aree colpite da conflitti e per l’azione trainante contro l’uso della fame come arma di guerra e di conflitto. Il premio è già meritato solo per rispondere alle urgenze di fame, guerre, conflitti che scuotono il nostro pur bellissimo Pianeta… Qui si parla di “fame come arma”. Vediamo perché: l’insicurezza alimentare fa scoppiare conflitti latenti e la violenza sociale, spesso civile. “Dove c’è fame, ci sono conflitti, laddove c’è un conflitto c’è anche la fame”. Il WFP nel 2019 ha consegnato 4,2 milioni di tonnellate di cibo, equivalente al peso di 840 elefanti asiatici, agendo in 88 paesi del mondo su 100 milioni di abitanti intervenendo là dove la sicurezza alimentare, la pace e la stabilità sono strettamente interconnesse. “Senza la pace non si può raggiungere l’obiettivo globale di fame zero nel mondo”. È interessante scoprire che il 90% dei 17.000 dipendenti del WFP si trova nei Paesi in cui sono attivi programmi di assistenza. Così ogni anno il WFP acquista 3 milioni di tonnellate di cibo da distribuire, preferibilmente vicino alle zone di intervento: questo consente di risparmiare tempo, abbattere i costi di trasporto e sostenere l’economia locale. Nei paesi “affamati” infatti il 40% della produzione si perde e si spreca per mancanza di infrastrutture di stoccaggio e di trasporto. Il programma di WFP per avere efficacia va in molteplici direzioni: migliora le infrastrutture rurali come le strade e l’elettricità connettendo i piccoli agricoltori ai mercati in oltre 40 paesi; così come riduce lo spreco dovuto ai poveri sistemi di immagazzinamento che lasciano spesso deteriorare le merci; incoraggia i piccoli produttori affinché acquisiscano competenze per affrontare le nuove sfide climatiche con una più ampia gamma di cibi; attribuisce priorità alla nutrizione da 0 a 2 anni; sostiene i governi tramite cooperazioni Sud-Sud per uno scambio diretto di conoscenze, esperienze, competenze, risorse e tecnologie fra  paesi che cercano sviluppo, facilitati da grandi organismi come il WFP.  Gli aiuti sono rivolti per due terzi alle zone di guerra, dove il rischio di denutrizione è tre volte più alto, con particolare attenzione alle mamme e ai bambini: ogni anno fornisce 16 milioni di pasti a scuola in regioni inaccessibili.  Interviene dove ci sono criticità come disastri climatici e ambientali che annientano la vita di intere comunità. Passata l’emergenza, il WFP non abbandona il campo ma “aiuta a rimettere insieme le vite delle persone e a ripristinarne i mezzi di sostentamento”, educando alla resilienza e agendo in cooperazione per migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile. Eppure… nel 2020 una persona su nove ancora non ha cibo a sufficienza, a causa anche della pandemia. ”Fino al giorno in cui avremo un vaccino medico, il cibo è il miglior vaccino contro il caos”. Che poi alla fine il Nobel per la Pace serva o no non interessa. Il premio invece di 1,1 milione di dollari e una medaglia d’oro ci fa subito capire quale dei due sarà più utile a questo punto!