Mercoledì 24 marzo, un gruppo terroristico islamico ha attaccato e preso la città di Palma, nel nord del Mozambico.
Da circa 3 anni la gente vive quotidianamente sotto la minaccia del fondamentalismo islamico che ha come obbiettivo il creare la Provincia dell’Africa Centrale, dentro quello che è definito lo Stato Islamico.
Il bollettino di guerra da mesi è sempre lo stesso: attacchi a villaggi, incendi di case e campi, decapitazioni, sgozzamenti, morti,… tanti, troppi! Sono circa tre anni che si continua così ma come sempre nessuno ne parla, nessuno interviene.
Migliaia di persone stanno fuggendo dalle loro case abbandonando il poco che avevano. Si scappa nella boscaglia, ci si nasconde, chi ha qualche spicciolo in tasca prende un mezzo di trasporto e scappa più lontano possibile da questo terrore che non guarda in faccia né alle donne né ai bambini.
Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ci sono circa 75mila persone sfollate.
In queste zone non è il coronavirus la più grande preoccupazione, perché gli attacchi terroristici stanno causando molte più vittime della pandemia, e in un modo molto più crudele.
L’attuale emergenza ha origine nell’impennata di violenza nella provincia di Cabo Delgado che è una delle meno sviluppate del Mozambico, nonostante sia molto ricca di risorse naturali (si trova qui uno dei più grandi giacimenti al mondo di gas naturale, oltre che miniere di rubini…).
Ed è proprio qui che la compagnia petrolifera TOTAL sta realizzando un progetto per l’estrazione di gas naturale, e nell’area operano anche altre società come l’italiana ENI e la statunitense ExxonMobil.
Si ripete qui quello che succede in altre parti dell’Africa: dove ci sono ricchezze da sfruttare (coltan, rame, petrolio, gas …) nascono come funghi gruppi armati che cercano di controllare il territorio per partecipare alla spartizione del bottino, seminando terrore e morte.