Papa Francesco “sogna” un’Europa solidale, aperta a chi è nel bisogno, in cui in cui la dignità di ognuno sia rispettata, un’Europa che sia una famiglia e una comunità, solidale e generosa. Un luogo accogliente ed ospitale, un’Europa “sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti”. E’ una serie di anniversari europei  ad aver spinto papa Francesco a tratteggiare l’Europa come egli la sogna.

Proprio la pandemia, scrive Francesco, “costituisce come uno spartiacque che costringe ad operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella ‘strada della fraternità’, che ha indubbiamente ispirato e animato i Padri fondatori dell’Europa moderna”.

All’Europa allora Francesco ripete quel “ritrova te stessa” che Giovanni Paolo II le rivolse da Santiago de Compostela nel 1982. “Ritrova dunque i tuoi ideali che hanno radici profonde. Sii te stessa! Non avere paura della tua storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato”.

“Quale Europa sogniamo dunque per il futuro? In che cosa consiste il suo contributo originale? Nel mondo attuale, non si tratta di recuperare un’egemonia politica o una ‘centralità geografica’, né si tratta di elaborare innovative soluzioni ai problemi economici e sociali. L’originalità europea sta anzitutto nella sua concezione dell’uomo e della realtà; nella sua capacità di intraprendenza e nella sua solidarietà operosa. Sogno allora un’Europa amica della persona e delle persone. Una terra in cui la dignità di ognuno sia rispettata, in cui la persona sia un valore in sé e non l’oggetto di un calcolo economico o un bene di commercio. Una terra che tutela la vita in ogni suo istante, da quando sorge invisibile nel grembo materno fino alla sua fine naturale, perché nessun essere umano è padrone della vita, propria o altrui. Una terra che favorisca il lavoro come mezzo privilegiato per la crescita personale e per l’edificazione del bene comune, creando opportunità di occupazione specialmente per i più giovani”.

“Essere amici della persona significa favorirne l’istruzione e lo sviluppo culturale. Significa proteggere chi è più fragile e debole, specialmente gli anziani, i malati che necessitano cure costose e i disabili. Essere amici della persona significa tutelarne i diritti, ma anche rammentarne i doveri”. “Sogno un’Europa che sia una famiglia e una comunità. Un luogo che sappia valorizzare le peculiarità di ogni persona o popolo, senza dimenticare che essi sono uniti da comuni responsabilità.  Essere famiglia significa vivere in unità, facendo tesoro delle differenze, a partire da quella fondamentale tra uomo e donna. In questo senso l’Europa è una vera e propria famiglia di popoli, diversi tra loro eppure legati da una storia e da un destino comune”.

Si tratta di scegliere fra un “modello di vita che scarta uomini e cose e uno inclusivo che valorizza il creato e le creature. Sogno un’Europa solidale e generosa. Un luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza ed egoismo”. E’ la solidarietà che “si nutre di gratuità e genera gratitudine. E la gratitudine ci porta a guardare all’altro con amore, ma quando dimentichiamo di ringraziare per i benefici ricevuti, siamo più inclini a chiuderci in noi stessi e a vivere nella paura di tutto ciò che sta intorno a noi ed è diverso da noi. Lo vediamo nelle tante paure che attraversano le nostre società di questi tempi, tra le quali non posso tacere la diffidenza nei confronti dei migranti. Solo un’Europa che sia ‘comunità solidale’ può fare fronte a questa sfida in modo proficuo, mentre ogni soluzione parziale ha già dimostrato la propria inadeguatezza. È evidente, infatti, che la doverosa accoglienza dei migranti, non può limitarsi a mere operazioni di assistenza di chi arriva, spesso scappando da conflitti, carestie o disastri naturali, ma deve consentire la loro integrazione così che possano «conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie”.

Un’Europa, infine, “sanamente laica”, il che per Francesco vuol dire una terra “aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società”. “Sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma – si spera – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana. I cristiani hanno oggi una grande responsabilità: come il lievito nella pasta, sono chiamati a ridestare la coscienza dell’Europa, per animare processi che generino nuovi dinamismi nella società. Li esorto dunque ad impegnarsi con coraggio e determinazione ad offrire il loro contributo in ogni ambito in cui vivono e operano”.