Credo che molti di noi vorrebbero in questo momento andare in Afghanistan e portarsi via qualche bambino, qualche donna o qualche studente e portarseli in Italia e far respirare loro il profumo della dignità umana e della piena libertà.
Io invece vorrei andare in Afghanistan per restare lì con quella piccolissima comunità cattolica, che ora si troverà più di prima nell’occhio del ciclone. Vorrei entrare a pregare nell’unica chiesa cattolica di tutto il paese che sta nella periferia di Kabul; vorrei affiancare don Giovanni Scalese, il missionario italiano che da anni guida i pochissimi fedeli del luogo ma che non può svolgere alcuna attività di evangelizzazione tra gli afghani e ormai aspetta solo il comando di espulsione; vorrei incoraggiare con un forte abbraccio i due gesuiti indiani che gestiscono ben quattro scuole in diverse province e che ora dovranno fare i conti con gli studenti-guerriglieri delle scuole coraniche; vorrei aiutare le quattro Suore di Madre Teresa, le uniche che si trovano a operare senza alcuna distinzione fra i poveri; vorrei abbracciare le centinaia di fratelli e sorelle che hanno incontrato Cristo nel battesimo e che ora dovranno scendere nelle catacombe afghane e vivere la loro fede nel segreto perché il pericolo è troppo grande; vorrei marciare con le migliaia di persone che hanno messo le loro poche cose nei grandi fagotti e si sono incamminate verso le frontiere, pensando con nostalgia al loro mondo lasciato alle spalle; vorrei stare fuori dell’aeroporto di Kabul insieme a quelli che vedono volare gli ultimi aerei e che sanno che loro che vi saliranno mai.
Vorrei stare in questo momento a Kabul e so benissimo che è impossibile.

Mi restano solo la preghiera accorata e l’abbraccio affettuoso.

                                                                                                                                                                                                                                                                d. Vincenzo Catani