Presentati in questi giorni i primi dati del Censimento Istat sul settore del non profit.
Quanta gente fa volontariato in Italia? Il 9% circa della popolazione. Però fra il 2015 e il 2021 i volontari sono diminuiti del 15,7% pur continuando a crescere il numero di enti e di dipendenti (arrivati rispettivamente a quota 363mila e 870mila circa).
Il perché?
“Il ‘900 è stato il tempo del reclutamento dei volontari basato su forti ideali e valori…I figli del nuovo secolo non hanno avuto quella scuola. Sono abituati a sopravvivere ad un ambiente in continua evoluzione” (Stefano Laffi su VITA).
E si potrebbe anche aggiungere per una frammentarietà di esperienze e di stimoli.
Il grande afflusso di giovani ai tristi eventi degli ultimi anni e mesi della nostra storia italiana (come terremoti e alluvioni) racconta di una loro adesione empatica e dello slancio tipico di un’età che spontaneamente aderisce al richiamo della solidarietà con “gli stivali e la pala” per fare e toccare con mano risultati, subito.
Questi nuovi ammirevoli “volontari dell’emergenza” però non coprono le perdite nel volontariato organizzato, ovvero quello tipico del mondo dell’associazionismo. Un’associazione o fondazione rappresenta innanzitutto uno strumento vitale attraverso il quale esprimere il proprio senso di cittadinanza. Una colonna del tessuto sociale. Piccole cellule che contribuiscono allo sviluppo delle comunità umane. Oggi a cercare delle occasioni di volontariato sono soprattutto le persone di una certa età. Dopotutto hanno molto tempo a disposizione e voglia di non sentirsi soli.
Il volontariato però è sempre più complesso e articolato perché l’associazione non è solo il proprio orticello dove sì coltivano relazioni e impegni. Si richiede maggiore e costante coinvolgimento, aperto a una rete di realtà diversificate ma accomunate dal progetto di migliorare insieme i bisogni della persona e del luogo in cui vive.
Per un giovane essere volontario è un mettersi alla prova, è un’occasione di sviluppo della propria personalità nelle capacità, nelle competenze. Ma quando un’associazione è costituita solo da anziani che fine fa, qual è il suo “dopo di noi “?
Le difficoltà al ricambio generazionale non vanno sottovalutate, perché indicano comunque una carenza. Una carenza educativa, innanzitutto, se è vero che nelle fila delle associazioni di volontariato i primi posti vuoti sono quelli dei giovani.
Un’indicazione ce la può suggerire il fatto che fra le aree che attira l’83,1% di giovani al volontariato c’è quella della “cooperazione e solidarietà internazionale“- un ambito che caratterizza proprio il SOS missionario -, che suscita particolare interesse.
“Vogliamo seguire i consigli dei Grandi trascinatori della Storia? Gandhi: “Abbiate cura dei mezzi e i fini si realizzeranno da soli”. Davanti a un tessuto sociale disgregato e che non riesce a “ingaggiare” le migliori e più giovani risorse, dobbiamo tutti sentirci coinvolti e compiere uno sforzo collettivo di ascolto, messa in discussione e di costruzione di spazi reali di partecipazione” ”.(Vanessa Pallucchi, Forum Terzo Settore)
Ad esempio: adeguare gli attuali strumenti di promozione del volontariato alle nuove esigenze comunicative per ottenere un maggior ascolto dei ragazzi (a tal fine ci riproponiamo nei prossimi articoli di riportare la loro voce in merito, attraverso interviste e brevi interventi); più che “attirare” in senso centripeto nuove singole giovani forze nelle proprie associazioni, forse sarebbe meglio ricercare e andare in modo centrifugo verso aggregazioni spontanee giovanili, già costituite per vari scopi anche nei nostri piccoli centri e condividere micro progetti che insegnino a coltivare il valore della solidarietà.
E già questo sarebbe un bel seme da gettare per coltivare un giardino di volontari.




