LE RADICI DELLA VIOLENZA IN MANIPUR

Lo stato indiano del Manipur è sconvolto da diversi mesi da violenze interetniche. In questo stato Nord Orientale dell’India il SOS Missionario sta realizzando con la missione dei Padri Passionisti un piccolo progetto per la realizzazione di un sistema di raccolta d’acqua ed irrigazione. Ma la situazione è molto critica.

Le violenze interetniche sono scoppiate il 3 maggio si sono rapidamente trasformato in un un conflitto interreligioso tra i Kuki – che sono sono in prevalenza cristiani – e i Meitei – in prevalenza indù-.

Si tratta di uno scontro in cui si intrecciano diversi elementi: l’identità etnica, la disponibilità di armi, l’afflusso di profughi dal Myanmar, il commercio di droga e violenze sessuali.

Da quando sono scoppiati gli scontri interetnici si è registrata la morte di quasi 200 persone, mentre sono circa 50mila gli sfollati interni: i Kuki, che tradizionalmente abitano le zone collinari, hanno lasciato le loro case allo stesso modo dei Meitei, che occupano soprattutto la Valle di Imphal,  hanno abbandonato i distretti a maggioranza Kuki.

La situazione attuale ha radici nella divisione amministrativa nel Manipur durante e dopo il periodo coloniale britannico, I britannici esercitavano in alcune regioni dell’India un controllo indiretto perché quello che era identificato come subcontinente indiano era diviso in diversi Stati principeschi, tra cui quello del Manipur, risalente al 33 a. C. e che nel 1891 passò sotto il contro coloniale.

Con l’indipendenza nel 1949, il Manipur (il “gioiello dell’India” come lo ha poi definito il primo premier indiano Nehru) è entrato a far parte dell’Unione, anche se solo nel 1972 è diventato a tutti gli effetti uno Stato federato. Successivamente il nord-est indiano, abitato da una pletora di etnie tribali diverse, ha avuto un percorso storico diverso dal resto del Paese. Negli anni ‘60 cominciarono i disordini politici perché il Manipur non aveva un’assemblea statale o un governo eletto. Concessioni che poi sono arrivate, ma ormai le frange più estremiste avevano perso fiducia nel governo indiano e, ispirati dalla lotta per l’indipendenza nel vicino Nagaland, hanno dato vita a gruppi armati, spesso di ispirazione maoista, che con la loro insurrezione hanno tormentato lo Stato nord-orientale fino ai primi anni 2000. C’è stata una lunga militarizzazione, con l’esercito indiano sempre presente che in pratica ha imposto una legge marziale e faceva rispettare il coprifuoco.

A questo si aggiungano le migrazioni dal Myanmar – dove da oltre due anni è in corso un brutale conflitto civile –  che hanno complicato la situazione, perché i profughi sono etnicamente simili ai Kuki.

Allo stesso modo: “Anche se i Kuki e i Naga sono quasi tutti cristiani e i Meitei sono in prevalenza indù”, ha specificato Choudhury. “La violenza è scoppiata per una questione comunitaria perché riguarda l’allocazione di risorse da parte dello Stato” ha commentato Choudhury paragonando la proposta di includere i Meitei nelle tribù svantaggiate “alle politiche di inclusione delle comunità ispanica o afro-americana negli Stati Uniti, ma è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Osservatori internazionali ritengono che la religione è stata manipolata dagli interessi politici. Il governo di Delhi, guidato dal partito ultranazionalista indù del Bharatiya Janata Party – da cui proviene il primo ministro Modi – non ha agito efficacemente per fermare gli scontri e il conflitto potrebbe riproporsi in maniera simile in altre regioni del nord-est indiano”.

Al momento sono state schierate diverse forze di sicurezza che stanno prendendo le parti di una comunità o dell’altra

Quello che è certo è che i recenti scontri hanno sconvolto il Manipur e tornare indietro alla convivenza pacifica tra comunità appare sempre più complicato.

Significative in questo contesto le parole dell’arcivescovo di Imphal, mons. Linus Neli, che nel suo messaggio di Natale scrive: “Ci stiamo avvicinando al Natale e tradizionalmente attendiamo con impazienza questa grande festa, ma quest’anno diverse parrocchie della nostra arcidiocesi non potranno svolgere le liturgie natalizie o riunirsi tra famiglie e persone care come accadeva in passato a causa della violenza etnica.…

Nel mondo sono diverse le situazioni in cui le celebrazioni natalizie sono interrotte a causa di violenze, guerre e conflitti…In questo contesto, Gesù, l’Emmanuele si identifica con le nostre sofferenze ed è con noi in solidarietà con gli sfollati interni e con coloro che hanno perso i loro cari, le case, le proprietà, l’istruzione e l’occupazione… Pertanto, anche se il Signore è venuto a dare il messaggio di conforto, speranza, significato e scopo della vita…faccio appello a tutto il Popolo di Dio affinché si astenga da celebrazioni festive esteriori durante questo Natale evitando in particolare gli aspetti materiali e sociali.